I Gigli Sett-Ott 2025
San Francesco il restauratore che ci chiama alla speranza
In un tempo segnato da incertezze, violenze e smarrimento,
la figura di San Francesco d’Assisi torna a parlare con forza
profetica. A partire da un brano del Siracide – che descrive
l’operato del sommo sacerdote Simone figlio di Onia – i figli
spirituali del poverello di Assisi hanno intravisto un sorprendente
parallelismo con il loro fondatore: un uomo che ripara, che ama, che prega.
Un uomo che trasforma il mondo senza volerlo conquistare.
Il testo biblico racconta di Simone che fortifica il santuario. E riecheggia immediatamente
la vocazione di Francesco: “Va e ripara la mia casa, che come vedi
cade in rovina”. Da muratore improvvisato nella chiesa di San Damiano, Francesco
diventa il simbolo di una Chiesa da ricostruire: non nei mattoni, ma nei
cuori.Oggi, quella “casa” è la Terra ferita, la società lacerata, la comunità cristiana in
transizione, le famiglie in crisi. È ciascuno di noi. E come allora, anche oggi c’è
bisogno di mani che ricostruiscano, di cuori che si convertano, di anime che si
affidino al Vangelo.
Francesco non vive per sé. Come il sacerdote del Siracide, è “desideroso di impedire
la caduta”. La sua spiritualità non è intimistica, ma incarnata: si fa promotore
di pace, di giustizia, di riconciliazione. Nella Basilica di Assisi, il celebre affresco
della cacciata dei demoni da Arezzo racconta la sua lotta contro le divisioni.
La sua fede si traduce in azione concreta, in amore per i contemporanei.
“Non spegnete lo spirito di orazione e devozione”, raccomandava Francesco ai
suoi frati. Come Mosè, il suo volto si trasforma nel dialogo con Dio. La sua preghiera
è profonda, silenziosa, costante. “Se il corpo esige il suo cibo, quanto più
l’anima deve nutrirsi di Dio”, diceva.Di fronte a un mondo che sembra crollare – tra guerre, crisi economiche, smarrimento
– Francesco indica una via alternativa. Non la fuga, non l’indifferenza,
non l’anestesia dell’anima. Ma il coraggio di ricominciare. “Non abbiate paura”,
gridava Giovanni Paolo II. “Va e ripara la mia casa”, diceva il Crocifisso a Francesco.
E oggi, quel grido si rivolge a ciascuno. Sul finire della vita Francesco ammoniva
i suoi frati: “io ho fatto la mia parte, la vostra, Cristo ve la insegni!”. Tocca
a noi, tocca a chi ha ancora fiducia, a chi crede nel Vangelo, a chi vuole essere
luce nel buio. Tocca ai giovani, alle famiglie, ai consacrati. Tocca a chi sceglie di
compromettersi, di amare, di sperare. C’è bisogno di mani che costruiscano, di
cuori che guariscano, di voci che annuncino. San Francesco ha mostrato una via.
Ora, la domanda è: quale sarà la tua?
Fr. Federico Righetti
Rettore

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